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La mia estate da animatore in Sardegna

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La mia estate da animatore in Sardegna

Luciano Scarano

Prima dell’estate del 1982, grazie all’interessamento di una mia cugina, venni contattato da Fedele, un ragazzo molto alto che aveva l’aspetto di uno studente americano e si occupava dell’animazione di un villaggio turistico in Sardegna, il Free Beach di Costa Rei, un centinaio di chilometri a nord di Cagliari. Dopo avermi ascoltato al Blue Inn, Fedele mi procurò l’ingaggio per esibirmi al Free Beach da giugno a settembre, con un compenso pari ad una piccola fortuna, considerato che avrei avuto viaggio, vitto e alloggio gratis.

La mia estate da animatore in Sardegna
Per la mia prima stagione estiva mi preparai con perizia rinnovando il mio repertorio.
Arrivai in Sardegna a fine maggio, sotto un sole abbagliante, dopo una notte insonne nella cuccetta del traghetto Napoli-Cagliari. Ero al mio primo imbarco, in compagnia della gloriosa Fiat 127 blu carica di strumenti musicali e valigie.
Il villaggio era incantevole, tra i bungalow di recente costruzione si snodavano vialetti in pietra adagiati sul folto prato inglese. Ovunque si affacciavano buganvillee in fiore. A quell’ora del mattino le tre piscine di acqua dolce erano semideserte, il bar sfornava cappuccini e caffè a ripetizione mentre, dal ristorante, giungeva un sottofondo di voci miste a risate.
Mi vidi assegnare un bungalow da dividere con Roberto Dionisi, l’animatore che si occupava delle attività artistiche e che più tardi mi presentò al resto dell’equipe, una decina tra ragazzi e ragazze. Avrei condiviso la nuova avventura con Silvione, così chiamato per via della stazza che non lo faceva passare inosservato e per il vocione che lo rendeva riconoscibile anche da molto lontano, Felice Barone, animatore di contatto che non si curava di nascondere radici capitoline, Francesco, Yuna e gli addetti alle attività sportive. C’era poi un folto gruppo di ragazzi sardi che frequentavano il corso per animatori finanziato dalla regione Sardegna. Iniziato a Cagliari nei mesi invernali, ora che stava arrivando l’estate proseguiva sul campo.
Per quattro sere a settimana avrei suonato nel villaggio, a bordo piscina o nella grande terrazza che si affacciava sulla spiaggia: le rimanenti tre date all’Hotel Cormoran di Villasimius, distante una ventina di chilometri, quasi tutti di strada sterrata, che percorrevo solitario con una vecchia Fiat 128 rossa messa a disposizione dalla direzione del villaggio. Ricordo più di un testacoda senza conseguenze, frutto della velocità sostenuta che ero costretto a mantenere per recuperare l’ennesimo ritardo e del fondo stradale sabbioso. A volte, quando la strada era deserta, lo facevo di proposito per puro divertimento.
Furono quattro mesi trascorsi al sole sdraiato sulla sabbia o in acqua a scherzare con gli animatori e le ragazze che conoscevamo di settimana in settimana. Quando tornai a Roma avevo lunghissimi capelli schiariti dal sole e una carnagione così scura che persino mia madre, aprendo la porta di casa, ebbe un attimo di incertezza prima di abbracciarmi. Disse che le ero sembrato un attore americano.
A inizio estate vidi arrivare al Free Beach il mio amico medico Massimo per una breve vacanza nel villaggio, fu presente ad ogni mia esibizione.
Nelle vesti di pianista non ero chiamato a far parte dell’equipe di animazione e di conseguenza venivo esentato dal partecipare a giochi e spettacoli vari, ad eccezione delle presentazioni del team, che si svolgevano in anfiteatro ogni domenica sera dopo cena. Di solito me la cavavo con una passerella, una battuta di Silvione ed un applauso sulla fiducia, ma un paio di volte mi prestai ad indossare un costume di scena per recitare la mia parte.
Gli spettacoli erano grandiosi, dalle serate di cabaret, dove Felice, Francesco, Yuna e Silvione davano il meglio di loro stessi, a veri e propri musical ben organizzati. Tra questi Jesus Christ Superstar e L’Homeide, storia dell’evoluzione dell’uomo cantata originariamente da i Vianella sulle musiche di Amedeo Minghi.
Anche le presentazioni dello staff, di solito svolte a tema, richiedevano impegno. Una domenica sera preparammo una recita ambientata nella Venezia del ‘700 con tanto di maschere di cartapesta ed un irresistibile Silvione nei panni di Casanova. Fui vestito come un componente dei Rondò Veneziano: il mio ingresso era previsto a bordo di una zattera fatta scivolare sull’acqua della piscina e sulla quale era stato portato di peso il pianoforte verticale bianco che utilizzavo per le serate. Il programma prevedeva, infine, che due belle ragazze sarde appartenenti allo staff, una bionda e una bruna entrambe di nome Valeria, affiorassero in topless indossando una coda da sirena per poi sedersi sul bordo della zattera.
Per non rovinare la sorpresa, la scena non era stata provata.
Emersi dal buio tra gli applausi e lo stupore dei presenti e tutto andò a meraviglia fino a quando le due ragazze dovettero farsi forza per issarsi sulla zattera. La pedana, sorretta da taniche vuote, iniziò ad oscillare pericolosamente e finimmo tutti in acqua, compreso il pianoforte, fortunatamente senza gravi conseguenze.
Trascorsi il lunedì a smontare e rimontare i tasti dopo averli lasciati al sole ad asciugare ed aver completato l’opera con un phon, ma il pianoforte restò irrimediabilmente inutilizzabile e per il resto della stagione ripiegai su un piano elettrico Fender dalla tastiera durissima.
Per divagare dal solito tema, che vedeva gli spettacoli ripetersi ogni due settimane, a volte gli animatori organizzavano diversivi, più per noi stessi che per i clienti del villaggio. Capitò anche di finire un po’ sopra le righe, almeno in due occasioni: una gara di gavettoni durata fino all’alba ed un finto sequestro inscenato dai ragazzi del corso ai danni di Fedele, una bravata che arrivò a mettere in allerta i carabinieri e fece passare un brutto quarto d’ora a tutti noi.

Dal libro autobiografico

"In fondo sempre di tastiere si tratta..."

di Luciano Scarano

Luciano Scarano

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