Approfondimenti
Villaggio globale, villaggio telematico e... villaggio turistico
Un’unica definizione accomuna tre concetti all’apparenza antitetici. Ma lo sono
realmente? O c’è invece l’apparentamento forte che la definizione stessa suggerisce?
Intanto conviene riflettere su cosa vogliano dire queste definizioni. Non sono altro
che definizioni di luoghi del vivere, che hanno preso a prestito quello che da sempre
è l’archetipo di un luogo dell’abitare il “villaggio”.
Poi però questo significato si è connotato nell’immaginario collettivo in stereotipi
così apparentemente antitetici da sconfinare da una parte, quella del termine coniato
da Mc Louan, in una definizione stessa del mondo globalizzato; mentre dall’altra,
quella del termine coniato invece negli anni ’50 dal Club Mediterranèe , in una
definizione di vacanza un po’ sciocca basata sul tutto organizzato.
Per capire allora quali sono i veri punti di contatto oltre la definizione di luogo,
elemento fondamentale in questo caso è il tema (o il problema?) del tempo libero.
Vediamo perchè:
il villaggio globale, così come definito da Mc Louan (e confermato dalla sua stessa
scelta di vita di trasferirsi ad abitare all’altro capo del mondo senza per questo
rinunciare a tutti i contatti, specialmente se di lavoro, mediante le connessioni
tecnologiche), va assimilandosi sempre di più, nel concetto di globalizzazione,
alla definizione di un altro antropologo, il francese Marc Augé, quella cioè di
“città- mondo”: l’andazzo, insomma, a vivere in megalopoli sempre più sconfinate,
interrotte solo qua e là da residui di campagna e natura. Questo a dispetto delle
premesse di quella grande opportunità, offerta proprio dalla telematica e dal telelavoro,
di poter scegliere liberamente il proprio luogo dell’abitare senza dover sacrificare,
per esigenze di vicinanza al lavoro, la qualità della vita. Ma perché allora la
gente sceglie ancora di vivere in città sempre più grandi e così poco a dimensione
umana? Si direbbe che, più che di esigenze di lavoro, quelle che avevano appunto
portato allo sviluppo delle città nell’era industriale, quando la fabbrica aveva
polarizzato attorno a sé, attirandoli dalle campagne, grandi masse di lavoratori,
si tratti ora di esigenze che fanno capo all’altra componente della quotidianità
di una società: quelle legate al tempo libero! Insomma continuiamo a vivere sempre
di più nelle città per le opportunità di tempo libero che parrebbero offrirci, perché
ci spaventa l’idea di isolarci in piccoli centri. …Ma paradossalmente ci isoliamo
ancora di più in piccole case, appartamenti di città-mondo che, come bunker, finiscono
per accentrare tutte le nostre funzioni, compreso il lavoro e il tempo libero! E
allora forse, come sostiene Enzo Biagi “..il tempo libero rischia di diventare uno
dei problemi del nostro secolo!”.
Con il telelavoro, e comunque negli scenari del nostro prossimo futuro, tutti gli
esperti prevedono infatti che sarà il tempo libero, più che il lavoro, la questione
centrale delle società occidentali. Che arriveremo a lavorare venti-venticinque
ore la settimana, invece delle quaranta o quarantotto attuali. Che un settimo del
tempo della nostra vita sarà dedicato al lavoro, mentre tre settimi al tempo libero
(a ciò si aggiunga il tempo recuperato dagli spostamenti casa-lavoro)… Insomma non
esiste previsione che non ne preveda un aumento esponenziale.
Come pure, però, non esiste previsione che non denunci la criticità di questo aumento,
che non veda con preoccupazione, o con allarme, la deriva del tempo libero verso
l’isolamento dell’individuo a causa di un uso non sociale e interpersonale, ma mediato
dalla macchina, dal terminale…C’è chi prevede che surrogare relazioni umane con
relazioni elettroniche potrà generare nuove e gravissime patologie, chi addirittura
ipotizza che arriveremo a pagare per lavorare (!) pur di ritornare a impegnare il
nostro tempo fuori casa…a incontrare colleghi!
50 anni fa per fare il lavoro che oggi un computer sbriga in pochi minuti, ci voleva
un anno e si diceva già: “in futuro avremo molto più tempo libero”. E così è stato…Ma
oggi molto di quel tempo libero lo occupiamo col computer (videogiochi, chat, navigazione,
comunicazione interpersonale, sesso virtuale). Insomma la questione si pone! E non
vi è dubbio che nel villaggio globale, che il telelavoro e la telematica stanno
producendo, l’attenzione debba essere proprio al recupero di quel concetto di villaggio,
inteso nella sua definizione originaria di luogo del vivere alternativo alla città,
che non rinunci comunque a quanto di buono può offrire la tecnologia telematica
per un modello di vita a dimensione d’uomo… una sorta insomma di villaggio telematico;
facendo attenzione però che la telematica non assorba anche il tempo libero. Ma
come scongiurare allora la noia tipica dei luoghi piccoli ed isolati, ora che per
di più il tempo libero aumenta inesorabilmente?
Ecco che ci troviamo di fronte allo stesso dilemma che si presentò oltre cinquanta
anni fa a una innovativa organizzazione turistica, il Club Mediterranèe, che voleva
spostare fuori dai grandi centri, privilegiando la scelta di luoghi naturali e incontaminati,
la fruizione di quello che rappresenta il momento di maggior espressione del tempo
libero: la vacanza! Anche in quel caso il modello scelto era il villaggio, inteso
proprio come recupero di un’organizzazione primordiale ed essenziale dell’abitare:
natura, socialità, dimensionamento tale da non richiedere mezzi meccanici per gli
spostamenti al suo interno ecc. Volendo anche risolvere il problema nodale di come
riempire il tempo libero, costretti a dover rinunciare, a causa della lontananza
dai grandi centri abitati, alla possibile fruizione delle strutture ivi esistenti
(cinema, teatri, impianti sportivi ecc.) concepì una riorganizzazione del sistema
conseguenziale alla formula a cui si ispirava: se il luogo doveva essere concettualmente
un villaggio, e la vita al suo interno una vita comunitaria, anche la fruizione
del tempo libero (quintessenza della vacanza!) doveva essere di tipo comunitario
e collettivo, piuttosto che individualistico. Ecco l’animazione, con gli animatori
a occuparsi dell’organizzazione di queste attività di tempo libero riorganizzate
in maniera collettiva.
Paradossalmente il concetto del villaggio turistico si è poi identificato, nel tempo
(costituendone l’elemento di dirompente successo a dispetto dei sostenitori della
fruizione solo individualistica del tempo libero), con il concetto di luogo “con
animazione”. Anche se la partenza, come visto, era tutt’altra: la creazione cioè
di un luogo della vacanza con caratteristiche di essenzialità e primordialità (non
a caso i primi villaggi del Club Mediterranèe venivano catalogati come campeggi),
antitetiche appunto alle abitudini della città, intesa proprio con quelle connotazioni
negative di città-mondo; e che casomai, proprio a causa della lontananza da essa,
ha dovuto fare i conti con il problema dell’organizzazione (o riorganizzazione)
del tempo libero…inventando così gli animatori!
Evidentemente il problema era ed è tale (il problema cioè dell’incapacità ormai
dell’uomo urbano a saper organizzare in maniera autonoma il proprio tempo collettivo
al punto da dover ricorrere a una figura deputata: l’animatore appunto) da prevalere
su tutti gli altri aspetti concettuali che avevano ispirato il villaggio turistico.
E l’ipotesi potrebbe essere che anche eventuali nuclei abitativi di futura concezione
che privilegino in assoluto, grazie all’affrancamento dai mali delle città, la qualità
del vivere (quella sorta insomma di villaggi telematici precedentemente ipotizzati,
così simili concettualmente a un villaggio turistico) possano dover ricorrere a
una qualche formula di animazione (intesa cioè come esigenza di programmi strutturati
di tipo collettivo del tempo libero). Perché nella facile ottimizzazione di tutti
i parametri abitativi che questi luoghi del vivere riescono a raggiungere: notevole
abbattimento del costo (si sa che i costi abitativi diminuiscono tanto più ci si
allontana dai grandi centri), miglioramento dell’ambiente, salubrità, accessibilità
a natura e sport, socialità, tranquillità, umanità, mobilità, equilibrio e dimensione
umana… si dovrà mettere mano anche alla soluzione di quell’unico problema, quello
del tempo libero, che la lontananza dalle città comporta. E forse la soluzione probabile
sarà proprio l’animazione poiché, come già visto nei villaggi turistici, la fruizione
collettiva del tempo libero sembrerebbe non funzionare senza il ruolo di operatori
specializzati, gli animatori appunto, appositamente preposti a programmare e dinamizzare
attività collettive di tempo libero; le sole atte ad attivare quei processi di socializzazione
e di riapertura all’esterno di stili di vita che tenderebbero, altrimenti, a richiudersi
all’interno delle case.
E sostenere che la fruizione collettiva (e necessariamente organizzata, vista l’incapacità
dell’uomo contemporaneo a farlo in autogestione, senza cioè aiuto esterno) sia una
forma di fruizione stupida del tempo libero è, a questo punto, quantomeno…snobisticamente
sciocco e pericoloso! Se poi l’alternativa di una fruizione individuale di quel
tempo libero è sempre più virtualità e sempre meno realtà, sempre più di fronte
a un monitor (che si tratti di internet, videogiochi o tv) e sempre comunque dentro
una casa-bunker! Va da se che si sta aprendo, e si aprirà sempre di più, un gigantesco
e globalizzato settore di lavoro per gli animatori!
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