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Cinquantapercento, un tuffo negli anni '70

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Cinquantapercento, un tuffo negli anni '70

Luciano Scarano

Di notte siamo bombardati dai megawatt delle discoteche, dove spesso non riusciamo a parlare, ma la compagnia di una ragazza e un drink sul tavolo non chiedono altro che un brano dei Dik Dik per trasformare un incontro galante in una splendida serata.

Cinquantapercento, un tuffo negli anni '70

Ai giorni nostri il panorama musicale dei gruppi che suonano dal vivo offre un ventaglio di proposte che spaziano a 360 gradi tra gli stili, toccando ogni latitudine del mondo. Capita così di entrare in un pub e ascoltare musica reggae da un quartetto di Napoli, brani fusion da cinque ragazzi di Palermo o canzoni country da ventenni capelloni alle porte di Milano.
Ci sono poi cover band molto raffinate che riportano alla ribalta concerti storici dei Genesis e dei Pink Floyd, dei Beatles e dei Rolling Stones.

Certo non mi meraviglio se spesso il repertorio delle band viene attinto a man bassa nel pozzo senza fondo della musica degli anni ’60 e, soprattutto, del decennio successivo, preferisco però che il bottino conservi quanto più possibile le sonorità e lo spirito di un’epoca che considero la migliore dello scorso secolo per quanto riguarda la produzione di musica leggera.
Aver superato i cinquant’anni, per chi si cimenta con brani dell'Equipe 84 o dei Camaleonti, è un marchio di garanzia per evidenti fattori anagrafici. Se poi l’interpretazione si ispira in maniera naturale alle atmosfere di allora, il risultato non può non essere apprezzato dal pubblico presente.

Ho ascoltato i Cinquantapercento mesi fa, in occasione del compleanno di Gianni Cardile, bassista cantante della band. La prima cosa che ho notato è l’entusiasmo del quartetto, quattro amici ritrovati dopo quasi trent’anni per ricostituire un gruppo che negli anni ’70 si poteva ascoltare nelle cantine adibite a sala prove, in alcuni locali di Roma e in feste patronali.

“Naturalmente abbiamo tutti un’altra attività che non ci concede molto tempo libero, “ confida con un po’ di rammarico Gianni “ma con qualche sacrificio riusciamo ad incontrarci almeno una volta a settimana e siamo riusciti a mettere su un discreto repertorio.” Dopo qualche tentativo con brani di epoche e generi diversi, i Cinquantapercento hanno deciso, com’era naturale, di riprendere il discorso interrotto alla fine degli anni settanta, quando il gruppo, che aveva un nome differente, si sciolse perché ognuno voleva seguire la propria strada.
Tre degli elementi di allora - oltre a Gianni Cardile ritroviamo il chitarrista Maurizio Mancini e Stefano Cocciarelli alla batteria - sono oggi affiancati da Francesco Cardile, il giovane figlio di Gianni che dopo pochi mesi ha preso il posto del tastierista storico, trovandosi per altro in perfetto accordo con il resto della band.

Incontrandoli in qualche locale non dovrete stupirvi se al primo accenno di Senza Luce una coppia di trentenni scenderà in pista per un ballo lento: di notte siamo bombardati dai megawatt delle discoteche, dove spesso non riusciamo a parlare, ma la compagnia di una ragazza e un drink sul tavolo non chiedono altro che un brano dei Dik Dik per trasformare un incontro galante in una splendida serata.


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