Nessuno ama confessare di aver dormito poco per aver fatto l’una di notte incollato davanti alle immagini che arrivano dall’Honduras, eppure i dati dell’auditel parlano chiaro: milioni di italiani non perdono una puntata dell’isola dei famosi. Per carità, non voglio fermarmi a criticare la fortunata trasmissione, in fondo si tratta di un fenomeno di costume che se non altro ha il merito di farci ascoltare qualche cosa di diverso dalle catastrofiche notizie sulla crisi economica di cui onestamente, almeno per qualche ora, possiamo farne a meno.
Non trovo scandaloso che le avventure dei più o meno noti sopravvissuti possano stimolare la curiosità di chi dopo cena si accomoda in poltrona, ma prendo spunto da questo fatto per una considerazione che dall’apnea in cui vegetava da tempo è venuta improvvisamente a galla ieri a fine serata.
Ognuno di noi durante la propria esistenza avrà fatto molte conoscenze. A partire dagli anni della scuola, il servizio di leva, le vacanze, il lavoro. Tante facce che ormai hanno perso il nome e nomi senza volto che solo a vederli scritti sembrano evocare momenti che se non siamo lesti ad afferrare tornano precipitosamente negli abissi di una memoria sempre meno pronta a non lasciarli andare. Questi volti e questi nomi sono come un arcipelago, l’arcipelago degli sconosciuti.
Su ogni isolotto troviamo un gruppo di persone, i compagni di scuola, i commilitoni, i colleghi del primo impiego. La nostra mente li colloca lì, dove e come erano allora. E noi siamo ancora lì per loro, con i nostri capelli lunghi, il motorino Ciao o le Superga blu. Ecco che un giorno qualcuno ha l’idea geniale di ricreare un mondo virtuale dove poter navigare da un isolotto all’altro e scoprire che molti di loro ci sono ancora, sono là dove li avevamo lasciati anni fa e hanno lanciato un s.o.s. telematico per essere riscoperti.
Mi sono iscritto a
Facebook non tanto per curiosità quanto perchè erano anni, tredici per l’esattezza, che cercavo di mettermi in contatto con un amico con il quale avevo condiviso momenti importanti della mia vita. Sembra impossibile, ma nè Google, nè le pagine bianche o gialle erano riusciti a farmelo ritrovare. Al primo tentativo vedo la sua immagine e dopo un paio di e-mail di approccio eccoci al telefono, una lunga chiacchierata che è anche servita a cancellare un dissapore antico frutto di una banale incomprensione. Oggi sono felice, un pochino più di ieri.
Non passerò le mie giornate a inserire foto e video su Facebook, ho troppi impegni e poca propensione alla condivisione di immagini e filmati, però sono lì, con i miei pochi dati che ho deciso di rendere pubblici, ma che potranno essere utili a qualcuno che dovesse aver voglia di rintracciarmi.